• Bonus prima casa, vendita dell’immobile ricevuto in eredità entro il termine di 12 mesi

    Informazione Fiscale Apr 22, 2021 | 13:03 pm

    Bonus prima casa, vendita dell’immobile ricevuto in eredità entro il termine di 12 mesi

    Bonus prima casa, agevolazioni confermate anche per chi già possiede nello stesso Comune un immobile ricevuto in eredità, acquisito applicando i benefici prima casa. La regola è però unica: ci sono 12 mesi di tempo per la vendita. La conferma arriva dall'Agenzia delle Entrate, con la risposta all'interpello n. 277 del 21 aprile 2021.

    Bonus prima casa anche per chi possiede un immobile nello stesso Comune, ricevuto in eredità, per il quale sono stati applicati i benefici previsti per l’acquisto dell’abitazione principale.

    L’agevolazione è tuttavia riconosciuta nel rispetto del requisito generale previsto in tali fattispecie, ovvero la vendita dell’immobile ereditato entro 12 mesi dal nuovo acquisto agevolato.

    La conferma arriva dall’Agenzia delle Entrate, con la risposta all’interpello n. 277 del 21 aprile 2021. Le regole per la fruizione del bonus prima casa sono le stesse anche in caso di acquisto del precedente immobile mediante successione o donazione.

    Bonus prima casa, vendita dell’immobile ricevuto in eredità entro il termine di 12 mesi

    Anche il contribuente già proprietario di un immobile per il quale sono stati applicati i benefici prima casa, ricevuto in eredità e situato all’interno dello stesso Comune, può procedere al nuovo acquisto prima della vendita.

    La condizione generale per applicare il bonus prima casa è, in tal caso, l’impegno alla vendita dell’immobile già in possesso entro un anno. Una regola che si applica anche nel caso in cui il l’abitazione sia stata precedentemente acquisita a titolo gratuito, mediante successione o donazione.

    L’Agenzia delle Entrate, con la risposta all’interpello n. 277 del 21 aprile 2021, riepiloga la normativa in materia di bonus prima casa.

    L’occasione è rappresentata dalla richiesta di chiarimenti da parte di un notaio, chiamato a redigere l’atto di compravendita della nuova abitazione per la quale il contribuente intende fruire delle agevolazioni fiscali sulle imposte dovute.

    Per quel che riguarda le agevolazioni applicate in caso di immobili acquisiti per successione o donazione, l’articolo 69, comma 3 della legge n. 342 del 21 novembre 2000 prevede la possibilità di pagare le imposte ipotecarie e catastali nella misura fissa di 200 euro. La condizione per l’applicazione del beneficio è il possesso in capo al beneficiario dei requisiti per l’accesso al bonus prima casa.

    Come evidenziato dalla circolare 207/2000, la norma ha esteso il bonus prima casa anche agli immobili trasferiti a titolo gratuito in caso di successione e donazione.

    Agenzia delle Entrate - risposta numero 277 del 21 aprile 2021
    Interpello articolo 11, comma 1, lett. a) legge 27 luglio 2000, n. 212 - Agevolazioni "prima casa" per l’acquisto nuova abitazione, prima della vendita di immobile sito nel medesimo comune, acquistato mortis causa usufruendo agevolazioni ex articolo 69, comma 3 legge n.342 del 2000

    Immobile ricevuto in eredità, i requisiti per applicare il bonus prima casa

    I requisiti per beneficiare del bonus prima casa, anche sugli immobili ricevuti in eredità, sono disciplinati dalla Nota II-bis, articolo 1, della tariffa allegata al TUR, il DPR n. 131/1986.

    L’applicazione delle agevolazioni è subordinata alla sussistenza delle seguenti condizioni:

    • l’immobile deve essere ubicato nel Comune in cui l’acquirente ha o stabilisca entro diciotto mesi dall’acquisto la propria residenza o, se diverso, in quello in cui l’acquirente svolge la propria attività;
    • l’acquirente non deve essere titolare esclusivo o in comunione con il coniuge dei diritti di proprietà, usufrutto, uso e abitazione di altra casa di abitazione nel territorio del Comune in cui è situato l’immobile da acquistare;
    • l’acquirente non deve essere titolare neppure per quote, anche in regime di comunione legale su tutto il territorio nazionale di diritti di proprietà, usufrutto, uso, abitazione e nuda proprietà su altra casa di abitazione acquistata dallo stesso soggetto o dal coniuge con le agevolazioni prima casa.

    La Legge di Stabilità 2016 ha previsto l’estensione del bonus prima casa anche in caso di presenza della titolarità di altra casa di abitazione nel territorio del Comune in cui si intende procedere al nuovo acquisto, per la quale sono state applicate le agevolazioni prima casa.

    La ratio della norma è di agevolare il contribuente nella sostituzione dell’abitazione posseduta nello stesso Comune, mantenendo il diritto all’applicazione del bonus prima casa nell’atto di acquisto della nuova abitazione.

    Il contribuente ha quindi 12 mesi di tempo per procedere all’alienazione dell’immobile già posseduto, anche in caso si tratti di un’abitazione ricevuta in eredità, e quindi a titolo gratuito.

    Bonus prima casa, vendita entro 12 mesi anche per l’immobile ricevuto in eredità

    Il comma 4-bis della Nota II-bis allegata al TUR prevede che il contribuente possa fruire del bonus fiscale sull’acquisto della prima casa anche in caso di possesso, nel Comune di residenza, di un altro immobile precedentemente acquistato beneficiando delle stesse agevolazioni, a patto che quest’ultimo venga venduto entro un anno dalla data dell’atto.

    Una regola che, come chiarito prima dalla circolare n. 12 dell’8 aprile 2016 e poi dalla Risoluzione n. 86/E del 4 luglio 2017 si applica anche ai fini dell’utilizzo del bonus prima casa in sede di successione o donazione, e quindi in caso di acquisto effettuato a titolo gratuito.

    Come evidenziato dall’Agenzia delle Entrate, nel rispetto degli altri requisiti previsti dalla Nota II-bis, le agevolazioni prima casa si applicano in sede di stipula di un nuovo atto di acquisto agevolato, anche qualora il contribuente sia proprietario di un altro immobile all’interno dello stesso Comune acquistato con le agevolazioni previste in caso di successione o donazione. Il vincolo unico è quello di procedere alla vendita entro 12 mesi.

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  • Contributo a fondo perduto ASD e SSD: quali sono i ricavi da considerare per il calcolo?

    Informazione Fiscale Apr 22, 2021 | 12:06 pm

    Contributo a fondo perduto ASD e SSD: quali sono i ricavi da considerare per il calcolo?

    Contributo a fondo perduto per ASD e SSD: quali sono i ricavi da considerare per il calcolo? Solo quelli rilevanti ai fini IRES. Anche per la misura del DL Sostegni si conferma la linea adottata in precedenza. I chiarimenti forniti durante le interrogazioni a risposta immediata in Commissione Finanze della Camera lo scorso 14 aprile 2021.

    Contributo a fondo perduto per ASD e SSD: quali sono i ricavi da considerare per il calcolo? Solo quelli rilevanti ai fini IRES sia per le Associazioni Sportive Dilettantistiche che per le Società Sportive Dilettantistiche. I chiarimenti sul tema sono arrivati durante le interrogazioni a risposta immediata in Commissione Finanze della Camera lo scorso 14 aprile 2021.

    Il contributo a fondo perduto previsto dal decreto legge 41/2021 comprende infatti tra i potenziali beneficiari gli enti non commerciali, compresi gli enti del terzo settore, limitatamente alle entrate da loro percepite, configurabili come commerciali.

    Durante la VI commissione permanente delle finanze, l’Onorevole Luca Pastorino ha sollecitato tale tematica con particolare riferimento alle ASD e alle SSD.

    Tale interrogazione è stata posta in modo da chiarire la posizione del legislatore in merito alle modalità di accesso al contributo a fondo perduto per gli enti non commerciali che sembrano esser stati formalmente compresi dalla norma, ma poi sostanzialmente esclusi nella pratica.

    Contributo a fondo perduto ASD e SSD: quali sono i ricavi da considerare per il calcolo

    Il contributo a fondo perduto previsto dal decreto legge 41/2021 spetta anche agli enti non commerciali, compresi gli enti del terzo settore, limitatamente ai ricavi da loro percepiti, definibili come commerciali.

    Come abbiamo più volte specificato, anche in alcuni video approfondimento, questa postilla sembra quasi surreale, dato che gli enti non commerciali per natura esercitano in via prevalente se non in alcuni casi esclusiva attività definibile come istituzionale quindi non commerciale.

    L’Onorevole ha voluto, quindi, ribadire il pensiero anche da noi sollevato con le precedenti previsioni agevolative contenute già nel Decreto Rilancio, quello celante una perplessità in merito alla reale volontà del legislatore di coinvolgere gli enti del terzo settore nella fruizione di tale beneficio.

    La differenza fondamentale tra ASD e SSD che abbiamo già chiarito in un articolo dedicato risiede nel fatto che la prima è un ente non commerciale, per la quale il legislatore ammette l’esercizio in via prevalente di attività istituzionale e in via residuale, se presente, di attività commerciale, la seconda categoria quella della SSD vede invece un ente di tipo commerciale che esercita quindi attività configurabile come commerciale, anche se de-commercializzata ai fini tributari ai sensi dell’art. 90 comma 1 della legge 289/2002 ove il legislatore specifica che “le disposizioni della legge 16 dicembre 1991, n. 398, e successive modificazioni, e le altre disposizioni tributarie riguardanti le associazioni sportive dilettantistiche si applicano anche alle società sportive dilettantistiche costituite in società di capitali senza fine di lucro”.

    Tutto ciò premesso andiamo ad esporre il quesito posto dall’Onorevole.

    La problematica posta in luce riguarda, infatti, la base di calcolo del contributo, “non vi è chiarezza interpretativa, in relazione alle Società sportive dilettantistiche e Associazioni sportive dilettantistiche, dei termini: “fatturato, corrispettivi, ricavi e attività commerciale””.

    L’analisi posta dall’Onorevole pone l’accento sulla definizione di commercialità delle attività esercitate, chiarendo che, nel caso delle SSD sono da considerarsi ricavi i proventi derivanti da tutte le prestazioni di servizi, includendo presumibilmente quelle istituzionali, poiché, ancorché non perseguano fini di lucro, mantengono dal punto di vista fiscale la natura commerciale, “quindi tutta l’attività svolta potrebbe considerarsi come commerciale e il termine ricavi dovrebbe comprendere tutte le entrate”.

    L’interrogazione vuole chiarire se la base di calcolo per poter capire se l’ente può rientrare nella platea dei beneficiari del contributo a fondo perduto può essere considerata per le SSD in maniera globale, comprendente anche le entrate di tipo istituzionale.

    Affermazione simile viene poi fatta per le ASD che per ovvie ragioni vantano per la maggior parte, se non esclusivamente, entrate di tipo istituzionale, in quanto per esse non sono fiscalmente rilevanti le quote associati, mentre i corrispettivi specifici (gli abbonamenti) sono commerciali ma vengono de-commercializzati se svolti a favore di soci/tesserati, dunque, precisa l’Onorevole “non è chiaro se queste entrate possano fare parte nel concetto di ricavi, in quanto non fatturate”.

    Formulando in conclusione la seguente perplessità “con riferimento alle associazioni in regime forfettario di cui alla legge n. 398 del 1991, che sono la quasi totalità, non è noto se, oltre a quelli commerciali che tuttavia vista la natura delle associazioni sono particolarmente esigui, i ricavi da attività istituzionali possano essere ricompresi nella voce ricavi”.

    Contributo a fondo perduto ASD e SSD: da considerare solo i ricavi rilevanti ai fini IRES

    La Commissione in risposta al quesito formulato dall’Onorevole ha voluto ripercorrere le precedenti misure agevolative previste con l’articolo 25 del decreto-legge n. 34 del 2020 e con l’articolo 1 del decreto-legge n. 137 del 2020, per poi arrivare alle misure del decreto-legge n. 41 del 2021 finalizzate a sostenere i soggetti titolari di partita IVA, residenti o stabiliti nel territorio dello Stato, che svolgono attività d’impresa, arte o professione o producono reddito agrario, colpiti dall’emergenza epidemiologica da Covid-19.

    Prima di tutto si ribadisce che “tra i soggetti indicati al comma uno (beneficiari) rientrano, quali possibili beneficiari del contributo e alle condizioni previste dalla disposizione, anche gli enti non commerciali, compresi gli enti del terzo settore e gli enti religiosi civilmente riconosciuti, in relazione allo svolgimento di attività commerciali”.

    Conseguentemente, anche gli enti non commerciali potranno ricevere il beneficio in questione limitatamente, però, alle sole attività commerciali eventualmente svolte, rimanendo esclusa l’attività istituzionale dagli stessi esercitata.

    Tale aspetto era già stato affrontato e chiarito dalla circolare n. 22/E del 21 luglio 2020, ove al paragrafo 2.5 relativo ad una domanda formulata da una APS, l’Ade rispondeva come di seguito “al fine di determinare i ricavi per poter fruire del contributo, si ritiene che per gli enti non commerciali debbano essere considerati i soli ricavi con rilevanza ai fini IRES, pertanto, esclusi i proventi che non si considerano conseguiti nell’esercizio di attività commerciali nonché quelli derivanti da attività aventi i requisiti di cui al comma 3, dell’articolo 148 TUIR, svolte in diretta attuazione degli scopi istituzionali”.

    Agenzia delle Entrate - circolare n. 22/E del 21 luglio 2020
    Ulteriori chiarimenti ai fini della fruizione del contributo a fondo perduto di cui all’articolo 25 del Decreto-Legge 19 maggio 2020, n. 34 recante «Misure urgenti in materia di salute, sostegno al lavoro e all’economia, nonché di politiche sociali connesse all’emergenza epidemiologica da COVID-19»

    Si ritiene inoltre giusto specificare che tale criterio di determinazione dovrà essere applicato anche alle società sportive dilettantistiche le quali, pur essendo sempre qualificabili quali enti commerciali ai sensi dell’articolo 73, comma 1, lettera a), del TUIR, possono fruire, ai fini IRES, della previsione di decommercializzazione prevista dall’articolo 148, comma 3, del TUIR, fra l’altro, per le associazioni sportive dilettantistiche.

    Inoltre non considerano computabili tra i ricavi rilevanti ai fini IRES i proventi, conseguiti da associazioni e società sportive dilettantistiche senza fini di lucro che hanno optato per il regime di favore di cui alla legge n. 398 del 1991, rientranti nella previsione agevolativa ai fini IRES di cui all’articolo 25, comma 2, della legge n. 133 del 1999.

    La soluzione prospettata esclude definitivamente la possibilità di comprendere nella base di calcolo per l’accesso al contributo a fondo perduto degli enti non commerciali, ed in particolare delle ASD e SSD, ricavi di natura istituzionale o comunque decommercializzati sulla base dell’applicazione dei regimi speciali previste per tali forme associative.

    Commissione Finanze della Camera - Interrogazioni a risposta immediata del 14 aprile 2021
    Il testo integrale delle interrogazioni a risposta immediata in Commissione Finanze della Camera.

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  • L’anno “bianco” delle abilitazioni professionali: gli esami di Stato ai tempi del Covid

    Informazione Fiscale Apr 21, 2021 | 23:24 pm

    L’anno “bianco” delle abilitazioni professionali: gli esami di Stato ai tempi del Covid

    Il 2021, l'anno “bianco” delle abilitazioni: il Covid ha costretto gli ordini ad adottare misure straordinarie per lo svolgimento delle prove d'esame d'accesso alla professione, dall'impiego di una sola prova orale da remoto alla rimodulazione delle modalità in chiave di distanziamento. Sarà forse questa l'occasione per “svecchiare” dei meccanismi rimasti immutati da decenni?

    Tra gli innumerevoli ostacoli che la crisi pandemica ha disseminato sulla strada di chi, proprio nel biennio del Covid, si affaccia al mondo del lavoro ce n’è uno che ha riguardato molti giovani aspiranti professionisti: l’esame di abilitazione.

    Perché, a quanto pare, ci ricorderemo del 2021, e in parte anche del 2020, come l’anno “bianco” degli esami di Stato, ovvero quello in cui gli ordini professionali si sono rincorsi per rimodulare la struttura delle prove d’ammissione, sotto l’egida del distanziamento sociale.

    La maggior parte di loro ha optato per una sola prova orale da remoto - vedi i commercialisti, gli ingegneri e gli architetti- in sostituzione della combinazione canonica prove scritte e interrogazione.

    Poi ci sono i più coraggiosi che, addirittura, hanno tagliato la testa al toro e hanno cancellato proprio l’esame dal calendario 2020-2021, come i nuovi medici chirurghi i quali, anche in considerazione della necessità dei personale sanitario in piena pandemia, sono stati abilitati dopo il solo tirocinio pratico.

    Una ricerca di soluzioni che, al netto di qualsiasi critica e rimostranza, di certo è stata l’occasione per gli addetti ai lavori per compiere una riflessione su dei processi che già prima della pandemia si pensava andassero adeguati ai tempi.

    C’è da chiedersi, quindi, se per alcune categorie professionali le direttive eccezionali possano essere il punto di partenza per una riforma sistematica e definitiva del procedimento di ammissione all’ordine.

    L’anno “bianco” delle abilitazioni professionali: gli esami di Stato ai tempi del Covid

    La gara all’ultimo esame ha lasciato indietro alcune categorie, come quella degli avvocati, che nel clima di incertezza generale ha procrastinato a lungo, troppo direbbero i candidati, le prove dell’anno scorso e si è ritrovata a svolgere due sessioni, quella del 2020 e del 2021, nello stesso anno.

    Per non parlare delle professioni per cui la corsa non è neppure iniziata: i notai sono fermi al palo da giugno 2020 e il concorso è stato rinviato già tre volte, mentre gli aspiranti consulenti del lavoro, che l’anno scorso si sono cimentati in un orale abilitante, si trovano con un calendario di prove fissato per il prossimo settembre con le modalità convenzionale (due scritti e un orale).

    Da una parte i futuri professionisti si devono destreggiare nell’intricato groviglio di regole straordinarie e rinvii dell’all’ultimo secondo dovuti al protrarsi dell’emergenza pandemica, dall’altra i rispettivi ordini hanno dovuto dare “una scossa” a dei meccanismi che da decenni erano rimasti congelati nel tempo. Uno fra tutti: l’esame d’avvocato.

    Sono anni che si parla di una revisione strutturale dell’abilitazione alla professione forense, tanto che nel 2012 era stata messa nero su bianco una riforma che, in buona sostanza, escludeva nelle prove scritte i codici commentati, ma che non è mai entrata in vigore. Dopo sette proroghe consecutive la deadline definitiva per le nuove modalità era fissata, guarda un po’, al 2020.

    Allora una modifica del genere che, se si guarda ad oggi appare quasi insignificante, aveva tirato su un polverone tale da tradursi in una marcia indietro repentina e in un nulla di fatto.

    C’era chi aveva invocato il principio di uguaglianza, paradossalmente da ambo le parti: gli abilitati negli anni precedenti reputavano troppo facile un esame così rivisto, mentre i candidati che rientravano nella riforma si ritenevano sfavoriti. Insomma, emendare anche solo in minima parte l’iter di abilitazione sembrava impossibile.

    E poi è arrivato il Covid che ha cambiato le carte in tavola.

    Esame avvocato 2021: prove tecniche per una riforma strutturale?

    Necessità fa virtù.

    Dopo aver rimandato dallo scorso dicembre il primo step, le tre prove scritte, due Ministri della Giustizia di due diversi Governi in successione, in concerto con il Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Avvocati, si sono messi a tavolino e, con una serie di Decreti Ministeriali, l’ultimo pubblicato in Gazzetta lo scorso 14 aprile 2021, hanno ridisegnato un percorso di prove che, in tempo di pace, sembrava intoccabile.

    Ecco, quindi, che la tabella di marcia prevede, dal 20 maggio in poi, un primo orale di un’ora da tenersi in videoconferenza in cui il candidato dovrà misurarsi con un caso pratico da commentare di fronte ad una commissione esaminatrice.

    Alla fine del colloquio, poi, i commissari lo dichiareranno idoneo o meno a sostenere la seconda prova, sempre orale, che nella pratica resterà pressoché identica. Dettaglio non da poco se si pensa che, con le modalità ordinarie, ci vogliono dai sei ai sette mesi per sapere l’esito degli scritti.

    Insomma, sfortunati o no, coloro che hanno sostenuto, e che sosterranno, gli esami di abilitazione in questi ultimi due anni potranno dire di aver fatto parte di un grande esperimento che, almeno per quanto riguarda l’accesso alla professione forense, potrebbe risolvere i problemi di congestione che si presentano regolarmente.

    Si pensi, per esempio, che solo per la sessione 2020 i candidati sono più di 26.000.

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